Devo aver già descritto per filo e per segno com’è andata, o meglio come non è andata la Maratona di Chicago in inglese sia su Facebook che su Twitter, motivo per cui ho deciso di scrivere questo race report in italiano; così parlerò di km e non miglia (tanto non ho nemmeno più gli splits, che avevo preso durante la gara … tanta era la mia frustrazione per com’è andata).
Ma procediamo con ordine, ed ogni gara inizia dalla sveglia, che sempre suona ad orari antelucani, altrimenti non ci sarebbe ragione a mettere una sveglia. Forse, con il senno di poi, avrei potuto settarla intorno alle 5 invece che alle 6:15 come ho fatto, ma l’hotel, l’avevo scelto non per il costo ma per la convenienza di essere a meno di 10 minuti a piedi dalla partenza, e Chicago è Central Time mentre Massachusetts Eastern, quindi avevo un’ora “gratis” per semplice cambio di fuso; ma forse se avessi messo la sveglia un po’ prima … certo non potevo immaginare che poi alla partenza ci sarebbe stata tutta quella confusione, o meglio, quello me l’aspettavo, quello che non mi aspettavo era perdere mezz’ora nel cercare il Gear Check, dove mollare il mio zaino durante la gara, ed ancora meno mi aspettavo il caos generale che s’è venuto a creare nell’entrare nel seeded corral: migliaia di persone attraverso un unico gate e visto che è seeded (ovvero, bisogna, per poterci entrare, aver corso una maratona nell’ultimo anno in un certo tempo) bisognava controllare uno a uno che nessuno dall’open corral sgattaiolasse nel seeded (cosa che è ovviamente successa in ogni caso; non siamo in Italia, ma tutto il mondo è paese).

… dopo un po’ di correre a destra e manca, dopo un po’ di scavallare recinti per entrare nel mio corral, sono finalmente allineato tra decine di migliaia di altri partecipanti, senza poter vedere gli elites, che sono nascosti da un muro di migliaia di runners; partecipare a maratone è bello, non solo per la gara in sé, ma anche perché sappiamo che stiamo correndo con … dietro ad alcuni dei migliori corridori sul pianeta, e questo non avviene in tutti gli sport; forse sono la corsa è lo sport che permette una partecipazione così vicina tra amatori e professionisti. Ma divago ed intanto l’inno viene cantato, le presentazioni vengono fatte e la pistola viene sparata: è partita, la 33esima edizione della Maratona di Chicago ha preso il via.

5km 22:28 In questo momento non mi accorgo di quanto faccia caldo, l’emozione è alta e alti sono i grattacieli della città che ci fanno ombra in una giornata senza nuvole; e troppo sono intento a non inciampare negli altri corridori. Il primo miglio passa attraverso un sottopassaggio e quindi siamo stipati tra due ali di cemento ed a mala pena posso muovere le gambe come vorrei. Finalmente fuori posso iniziare a correre come voglio, i miei splits sono veloci, intorno ai 4:40 min/km (~7:05 min/mi), me ne preoccupo ma non troppo; è quello per cui mi sono allenato per tutti questi mesi e sento che è un pace che corro senza problemi, senza fare troppa fatica, e poi se voglio veramente qualificarmi per Boston (tempo di 3:10 o migliore in una maratona) non posso star lì troppo a tergiversare: devo correre.
10km 21:57 La città è meravigliosa, la gente è stipata lungo i marciapiedi a farci il tifo ed i colori dell’autunno iniziano a vedersi tra gli alberi. Non conosco la città e non so dove sono o dove sto andando; ci sono molte svolte e solo ora mi accorgo, guardando la mappa, che tra il km 5 ed il km 10 stavamo procedendo verso nord, invece che ovest. Attraversiamo un parco e mi rendo conto dalla mappa che eravamo a pochi metri del Lake Michigan: avrei sperato di correre lungo il lago, invece se ripenso a quel parco, gli unici specchi d’acqua erano piccoli laghetti e ruscelli.
15km 22:06 Si rientra in città e le strade sono tutte per noi. Ricordo di dover scegliere se, allo sparti-traffico, volessi andare a destra o sinistra: non che facesse molta differenza, o meglio l’unica differenza che faceva era se volessi prendere su i bicchieri d’acqua o Gatorade con la destra o con la sinistra.
20km 21:56 Sembra una stupida domanda da porsi durante una gara, ma non lo era per me mentre correvo. Solitamente, durante una maratona, indosso dei guanti ed i gels, che mangio mentre corro, sono stipati nei guanti; domenica faceva troppo caldo e nei giorni precedenti la mia partenza per Chicago, ho continuo a pormi il problema di come trasportare questi gels comodamente. M’è venuto in mente di usare una wristband, che l’Oxford-Paravia mi traduce “fascia tergisudore” … in ogni caso, se avete mai visto un tennista, è quella fascia che portano ai polsi mentre giocano. La wristband era sul polso destro e nel muovermi i gels si muovevano un po’, visto che non volevo dovermi fermare per riacchiappare dei gels caduti, preferivo limitare ogni movimento inutile del polso destro e quindi di andare con la mano sinistra per cogliere al volo i bicchieri d’acqua alle water stations.
25km 22:47 Uno potrebbe anche domandarsi perché stia parlando così tanto di un qualcosa che è così irrilevante, ma intanto sono arrivato al halfway mark e passando il km 21.1 in 1:33, mi sentivo ancora bene ma iniziavo a sentire il caldo. Erano ormai le 9 e le temperature avevano iniziato a salire considerevolmente: dai miti 18C delle 8 del mattino, eravamo ormai intorno ai 25C ed ovviamente non pensava nemmeno lontanamente di scendere.
30km 23:50 So che è difficile capire per chi non ha mai partecipato ad una maratona che 25C è caldo, troppo caldo per correre; ho letto che la temperatura percepita durante una gara, è circa 10C più alta di quella reale, quindi 25C sembrano, per chi sta correndo, 35C e se siete mai stati a Milano in estate od in qualunque altra città, sapete di cosa sto parlando. E l’effetto della temperatura si inizia a vedere nei miei tempi da un comodo 22 minuti ogni 5km, ho perso 2 minuti e sapevo che più la gara procedeva, peggio diventava.
35km 30:07 Ci ho ripensato molto a quello che è successo, cercando di trovare un colpevole; non volevo dire che era la temperatura, visto che è qualcosa di così estraneo, di così indipendente da me, che, fosse il problema, ci posso fare ben poco. In paragone, l’insuccesso della Maratona del Vermont era del tutto dovuta alla scarsa preparazione e scelte non troppo intelligenti in gara, mentre Chicago … ma la seconda metà di Chicago è tutta sotto il sole: si svolge lontano dal centro cittadino e gli edifici sono bassi e non proteggono; ormai correvamo quasi in fila indiana per poter godere di quella minima differenza di temperatura tra sole ed ombra.
40km 27:15 Questi 10 km – tra il km 30 ed il km 40 – sono stati i peggiori; ormai odiavo profondamente il sole e volevo solo che si spegnesse. Mi erano venuti due brutti crampi che non volevano andarsene ed ho iniziato a camminare. Ho camminato per tutto il 20esimo miglio e non me ne importava più della gara, di finire o di qualificarmi, ma camminavo e pensavo: sapevo che se mi fossi fermato, non sarei più andato avanti, ma, al tempo stesso, volevo fermarmi in una medical tent e chiedere di essere trasportato alla finish line o che mi dessero dell’acqua o, meglio, tutte e due le cose. Ma qualcosa di bizzarro ed ammirevole succede durante le maratone e so che è sdolcinato, ma se un fellow runner è nei guai non viene lasciato solo o sola: dei completi estranei continuavo ad esortarmi di andare avanti e timidamente mi sono rimesso a correre, prima lentamente, poi ancora lentamente, ma un filo più velocemente.
finish 10:01 Ho visto un altro runner con una maglietta degli Hoboken Harriers e Hoboken è per New York come Cinisello è per Milano ed io indossavo la maglietta della New York Half Marathon del 2009; senza dirci nulla abbiamo iniziato a correre insieme, prima mi trascinava lui, poi lo trascinavo io. E finalmente eravamo in vista del traguardo ed ormai erano solo 800m a separarci e mi ricordavo gli intervalli fatti su pista con il mio team, il Sugarloaf Mountain Athletic Club, ed ho preso questi ultimi 800m, che velocemente si trasformavano in 400m, come prendevo l’ultimo intervallo di una lunga sessione di speed training

… ed ormai eravamo dall’altra parte. Ho guardato il mio orologio ed indicava 3:22:27, che è 8 minuti più veloce del mio precedente PR e c’era, e c’è ancora molta rabbia, perché sapevo che potevo correre un 3:10 e questo è 12 minuti più lento, ma in qualche modo, dopo una settimana, sono venuto a termini con questa nuova esperienza e certo riscriverla mi ha aiutato a rimetterla in prospettiva.
Ho rivisto velocemente, oltre la finish line, il Hoboken Harrier con cui ho corso quelle ultime due miglia e mi ha ringraziato ed io ero come “ma sei matto? senza di te, non avrei finito.”