[Italiano]

The World Championships in Daegu closed with a new world record in the men 4x100m relay set by Jamaica who, if anyone was still doubting, firmly sits as one of the best nations in the world for sprinting in a way parallel to Kenya in distance running.
It was the only WR set in Daegu but that didn’t mean the World Champs weren’t full of emotions and some controversies: Bolt’s false-start in the final 100m, Robles disqualified for (accidentally) hitting Liu in the 110m hurdles, or the beautiful victory of Jennie Barringer Simpson and the performance of Lauren Fleshman (by the way, read her report of the day leading to the 5,000m final). For me, it was probably the first time I realized I didn’t care about Italian athletes and I was almost in disbelief when the commentators were mentioning some of them, like Antonietta di Martino, bronze in the high jump, or Daniele Meucci, who finished 10th in the final 10,000m, or Ruggero Pertile, whose 8th place in the marathon was the first among Western athletes. True, I was watching it in the US so the focus was on American athletes, and moreover following the sport here made me familiar with American runners while knowing close to nothing about European runners. Still, it was a somewhat weird feeling, mostly because I was naturally unconcerned about Italians medaling or participating in the events. It’s sad but natural: the more I’m living abroad, the more foreign my home-country, Italy, will become — already today I have (mild) culture shocks when back to Milan which and whose people I am recognizing less and less.

Jennie Barringer Simpson winning the 1500m title took everybody by surprise, including herself.


I miei amici di lunga data già mi chiamano l’americano, spero in maniera affettuosa. In qualche modo questo titolo mi è sempre sembrato alieno: non sono americano — nessuno qui penserebbe il contrario — al tempo stesso non mi sento nemmeno più italiano. Non sono né carne né pesce. Non è facile sapere che “qualcosa” se ne sta andando e qualcosa è già perso: gli italiani non li capisco più ed ho shocks culturali quando atterro a Malpensa, mentre quando entro negli Stati Uniti è come sentirmi a casa.
Non credo che i miei amici possano capire questo; non hanno mai vissuto all’estero per anni ed anni.

Ho avuto un’ulteriore riprova di questo durante i campionati mondiali: sapevo tutto degli atleti americani ed sopraffatto dall’emozione quando Jennifer Barringer Simpson ha vinto l’oro nella finale dei 1,500m. La più semplice motivazione è che conosco gli atleti americani: leggo riviste di qui, e seguo programmi pensati per un pubblico americano, è naturale che li conosco meglio di quelli europei.
Chiaro, l’altra ragione era che — per una volta — è bello vincere qualcosa.

L’atletica in Italia non è all’altezza di quella del resto del mondo. Per mettere un po’ di numeri: gli Stati Uniti si sono presentati con 122 atleti, la Germania con 50, e l’Italia 20. Sebbene il rapporto tra il contingente italiano e quello americano (~6.1) sia più o meno simile a quelle delle rispettive popolazioni (~5.2), è interessante notare che la Germania si è presentata con due volte e mezzo il numero di atleti italiani, mentre la popolazione è solo 1.3 volte più grande.
Sono convinto che in Italia manchi una cultura sportiva. Il calcio non è sufficiente anche se questo è lo sport per antonomasia in Italia, basti pensare al fatto che la Gazzetta dello Sport si occupa per ~85% di calcio e poi tutto il resto e quindi sarebbe più coerente chiamarsi Gazzetta del Calcio … ma queste sono polemiche inutili.
Onestamente questo è quello che l’Italia riscopre ogni 4 anni quando, alle olimpiadi estive, la popolazione italiana scopre di avere atleti capaci di gareggiare nel circuito internazionale (tra l’altro chi sapeva che Ruggero Pertile arrivato ottavo nella maratona a Daegu è stato il primo atleta occidentale a passare il traguardo?) e si domanda che fine fanno questi atleti tra un’olimpiade ed un’altra e che sarebbe bello vedere sports che non sono solo ed unicamente calcio. Passa una settimana e ce ne si dimentica.
È facile sminuire dicendo che è un discorso di soldi: il calcio ha per ragioni storico-culturali più soldi degli altri sports. Questo succede ovunque, e.g., negli Stati Uniti il football, il baseball, ed il basket (in quest’ordine) la fanno da padroni e nel football ci sono giri di soldi paragonabili a quelli del calcio in Italia. Quello che non avviene è che non esista alcun modo, come in Italia, per far scoprire ai giovani l’atletica od altri sports, da quello che ne so tutto dipende dalla fortuna di trovarsi al posto giusto al momento giusto. La realtà ad esempio americana è che già dal liceo c’è un investimento enorme nelle attività sportive con clubs ad esempio di atletica che vengono allenati all’interno della scuola e che poi gareggiano a livello cittadino, statale, o nazionale. (E non sapete quante volte mi è stato chiesto se fossi stato un atleta durante il liceo.) Questo non solo crea un bacino da cui pescare atleti che poi diventeranno professionisti, ma anche e soprattutto crea una cultura all’interno della scuola più dinamica e poi diversificata, e la scuola non è solamente dove si imparano le tabelline.

Ovviamente parlo di sport solo perché m’era venuto mentre guardavo i campionati di Daegu, ma il discorso scuola può e deve essere esteso anche alla musica e le arti in genere, che sono completamente inesistenti nei curricula.