[Italiano]

Running has been an important part of my life for almost four years now. I sometimes go back to that faithful question — what about running a halfy? — a friend of mine asked me while hanging before trying again a V2 problem at Coles Rocks in NYC. (I was a boulderer in a previous life.) That first half-marathon was the toughest race I ever experienced, not that I ran any race prior to that, but I do remember running the last few miles in Prospect Park wondering how insane would it be to run a full marathon.
Needless to say, I was captured by the road and running never left me.

Running is what keeps me sane when I’m stressed or tired or angry; on a run is where I find my true self. I does sound corny, doesn’t it? But even bad runs are an experience I need to take in and learn from; I’m glad I’m (partially) back into running. This week had a volume of 15 miles, an incredibly low volume but I’m not thinking about it: the Achilles is (still) not acting up and I hope to continue, to gain my strength back and to be able to get back to real training: I miss the track, I miss the long runs. I said all of this already, I’m repeating myself but I’m longing for those workouts: the quietness of the road, the lonely sound of my steps, the weird feeling of freedom one obtains when the body works like a well-oiled machine.
I will get there. I need to get there.

The road-race season is in full swing: the weather is calling runners and like in Jack London’s The Call of the Wild, runners are answering back. The Berlin Marathon produced an astonishing new world record, Makau’s 2:03:38, and breaking the 2:03 limit has become a question of when rather than if. Then we had the Chicago Marathon a couple of weeks ago with another great race, and I’m not hiding it felt weird to watch the race without the slim figure of Sammy Wanjiru, about whom I am reading a brilliant article at Grantland — Anna Clark’s The Mysterious Death of Sammy Wanjiru. And finally IAAF decision to strip Paula Radcliffe of her world record because she ran in a mixed-race; the only reason I can find for such a ruling is that a mixed-race offers the “unique” chance to be rabbited for the entire course, but it still feels like gender discrimination, since most races are mixed and then Makau wasn’t stripped of his world record for an analogous reason.
Also, the qualification standards for the NYC Marathon have become stricter with a 2:45 for men under 40 and 3:00 for women; the standards were decided to follow the WMA age-graded performance of 75% — a decision that I think should have been followed by the Boston Marathon as well, since the WMA have become a gold-standards of road races.


La metafora della strada è sempre stata molto forte per me, e non dovrebbe sorprendere più di tanto: ho fatto scoutismo per più di 10 anni ed il valore della strada è coltivato e nutrito, tanto che i campi di cammino vengono chiamati route (perché il francese fa figo). Correre è una naturale estensione del cammino e sto ringraziando il cielo che sto ritornando (seppur lentamente) a correre: ho sempre imparato qualcosa di più su di me, sugli altri, sulla politica del GOP nell’era post-9/11, calpestando la strada; qualunque strada fosse, dovunque essa portasse.

Il Cammino di Santiago è un mio piccolo, grande sogno; partire, in spalla lo zaino con solo quello che è necessario, da Roncisvalle attraversando a piedi la Spagna fino quasi a toccare l’Oceano a Santiago de Compostela. Questo sogno torna ad intervalli più o meno regolari, quando sento di avere l’esigenza di fermarmi, cambiare il ritmo, se non proprio la marcia e fare punto su dove sono e su dove voglio andare. Non è strano che ci stia pensando ora … crisi di mezz’età? Forse, ma non mi interessa comprarmi una Mustang per mostrare di essere ancora giovane (forse perché non ci sono ancora alla mezz’età checché ne dica il Dante): è un sentimento più generalizzato ed in certo senso più primitivo.
È forse paradossale che il Cammino mi sia tornato in mente guardando un documentario che vorrei consigliare a tutti, Running America: era la fine del 2008 quando due runners partono da San Francisco per raggiungere di corsa New York. Attraversando uno Stato dopo un altro, in un periodo in cui il futuro era incerto e molti chiedevano un cambiamento profondo della società, si scoprono realtà prima sconosciute — e vedendolo ora mi accorgo come i semi del Tea Party fossero già presenti — e si condividono idee con chi è invisibile a 130km/h in autostrada.
E l’Europa sento che mi sta richiamando: il vecchio continente che come gli Stati Uniti di 3 anni fa si ritrova con un’Unione dal futuro incerto. Se qualcosa noi europei possiamo imparare dagli Stati Uniti è che cambiare è possibile.

Volevo anche suggerire un po’ di articoli che ho letto sul running e mondi limitrofi: Makau ha stupito tutti rompendo il world record nella maratona di Berlino, l’analisi di questa corsa è istruttiva per capire esattamente come raschiare 38 secondi da una maratona non può capitare per caso. Guardando la maratona di Chicago, non ho potuto fare a meno di pensare a Sammy Wanjiru ed a quanto avrebbe potuto ancora offrire non fosse morto a marzo di quest’anno: l’articolo di Anna Clark su Grantland è scritto meravigliosamente ed offre una descrizione accurata di una morte che è risuonata tra gli appassionati di corse.
Poi come non commentare l’assurda decisione della IAAF di togliere il record mondiale a Paula Radcliffe perché la maratona (Londra 2003) era mista? L’unica motivazione che si può addurre è che una maratona mista offre di correre tutto il percorso con una lepre e quindi rende più semplice rompere un record, ma continua a puzzare di discriminazione visto e considerato che il numero di maratone non-miste si contano sulle dita di una mano monca.

Leggo stamane che la maratona di New York avrà nuove regole di qualificazione, in particolare se non si viene estratti per 3 lotterie consecutive non si ha più accesso automatico la quarta volta e gli standards sono ora fissati al 75% del WMA age-graded performance, questo li rende più esigenti (per gli uomini si passa da 2:55 a 2:45 e per le donne da 3:23 a 3:00) ma in un certo senso più giusti visto che hanno una ragione oggettiva di esistere invece di essere decisi quasi a caso. (Mi domando se questo vuol dire che lo standard possa cambiare di anno in anno visto che è basato sul 75% del WMA.)